#schermidicarta: It

Se mi avessero detto anche solo qualche mese fa che avrei letto It, non ci avrei mai creduto. Io che sono coulrofobica, io, la bambina che aveva paura persino di Ronald McDonald negli anni in cui il fast food approdava in Italia e perciò tutti gli amichetti davano lì le loro feste di compleanno. Se mi avessero detto che anche Stephen King lo è, sarei stata ancor più scettica, ma forse c’è poco di cui sorprendersi dato che persino Dario Argento ha paura del buio. Forse è così che nascono certi capolavori, come le imprese epiche: dalle proprie paure; dalla capacità di superarle (o almeno provarci) e di tramutarle in qualcosa di vincente.

Ed è proprio questo il significato del capolavoro del maestro dell’Horror: vincere la paura e trasformarsi in un eroe moderno. Prima di arrivare però al contenuto più profondo del romanzo, facciamo un passo indietro.

Molti probabilmente conoscono quello che è considerato il masterpiece di King tramite lo schermo. I riadattamenti, infatti, sono due: la miniserie in due puntate per la TV del 1990 (uscita il 18 novembre di quell’anno in cui spegnevo ignara del futuro trauma la mia prima candelina) e il film del 2017 in due capitoli. Bene, come c’era da aspettarsi nessuno dei due resta poi troppo fedele al libro di partenza e, sorpresa, il secondo più del primo.

La storia, come tutti sanno, si svolge a Derry, piccola cittadina del Maine, nell’estate del 1958 (mentre nel primo riadattamento siamo nel 1960 e nel secondo nel 1988). Libro e riadattamenti in ogni caso hanno tutti inizio con la scena cult della barchetta. Georgie Denbrough, il fratellino minore di Bill, è annoiato dopo giorni di maltempo trascorsi in casa, perciò implora il fratello, ancora costretto a letto con l’influenza, di aiutarlo a costruire una barchetta di carta con cui uscire a giocare per le strade ancora allagate. Ed eccolo Georgie, con il suo impermeabile giallo, correre in una strada interrotta dietro alla sua barca di carta che trascinata dalla corrente termina la sua corsa in un tombino.

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson.

È già da queste prime righe che si intuisce tutto quello che verrà: la paura che la cantina suscita nel piccolo Georgie scesovi per recuperare l’occorrente (narrato in quel modo così peculiare da far capire che non si tratta del solito cliché), il rapporto tra i due fratelli, il clima di una famiglia e di una cittadina del Nord America apparentemente ordinarie in cui ciclicamente irrompe l’orrore. È dietro la tranquillità di un piccolo centro, la spensieratezza di un gioco, di una corsa dietro una barca di carta, l’innocenza di un bambino che si nasconde il pericolo. Ed il pericolo si chiama Pennywise, il pagliaccio ballerino. È così che It si presenta a Georgie, con tutto il candore e la simpatia che può spingere un ragazzino ad avvicinarsi ad un pagliaccio insolitamente nascosto in uno scolo, fino ad afferrarlo e ucciderlo brutalmente.
Da qui tutto prende inizio: le scomparse sempre più frequenti, gli omicidi e tutti gli eventi surreali, al limite tra un racconto di Poe e un episodio della Bibbia, che accomunano i protagonisti del romanzo, portandoli inevitabilmente come dei prescelti ad unirsi nella celebre banda dei perdenti, in un’amicizia in cui tutti (Bill, Ben, Eddie, Richie, Stan, Mike e Bev) trovano la forza per poter combattere It e Derry stessa. Un’ amicizia che sarà consacrata successivamente da una promessa. La stessa promessa che 27 anni dopo li tirerà giù dal letto allo squillare del telefono, interrompendo le proprie vite per ritornare a Derry quando It ricompare.

Derry che King descrive tanto minuziosamente da poterne ricavare una cartina. I Barren, la cisterna, le ferriere Kitchener, la casa al 29 di Neibolt Street, Witcham Street su cui Bill sfreccia in sella alla sua silver, la biblioteca sono tutti i luoghi in cui i protagonisti vivono l’estate del 1958 e in cui torneranno 27 anni dopo, da adulti.

Può un’intera città essere posseduta?

Derry è una sorta di tempio del male, che It in realtà, venuto da un universo parallelo, conosce da prima della sua costruzione; è la trincea dove bene e male si scontrano sotto gli occhi dei suoi abitanti incoscienti, dormienti sotto il potere di It; è il luogo dove il male si annida anche nelle case e nelle strade che trasmettono angoscia. Al punto che Derry, come It, ritorna in molti altri romanzi di King tra cui 22/11/63 e L’Acchiappasogni.

It non è però solo un romanzo horror, è una storia in cui trovano spazio gli ingredienti più disparati: l’amicizia, il coraggio, il bullismo, gli abusi, il razzismo, finanche la religione e l’esoterismo. I personaggi, per quanto siano un unicum corale, sono affrontati e altrettanto ben delineati anche singolarmente; sono una banda, è vero, ma si avvicendano gli uni insieme agli altri in saltuarie coppie o terzetti.

Paradossalmente è la tanto bistrattata miniserie del 1990 con Tim Curry (protagonista in The Rocky Horror Picture Show, Caccia a Ottobre Rosso per citarne alcuni, sebbene molti lo ricorderanno in Mamma ho riperso l’aereo) a rispettare maggiormente storia, spirito ed intenti del libro. Differentemente dalla reinterpretazione più recente che, come dicevamo, tanto per cominciare è collocata nei più moderni anni ’80, verosimilmente dietro la scia del fortunato trend degli eighties negli ultimi tempi.

Alcune scene sono state totalmente cambiate, altre solo in alcuni dettagli, nonostante la storia di base sia stata conservata. Ciò che è in modo percettibile differente è il ‘clima’. L’atmosfera qui è, infatti, un po’ meno “Goonies” e un po’ più “Stranger Things” (prodotto tanto apprezzato comunque dallo stesso King) con un pizzico dell’horror moderno, più splatter e meno pulp e grottesco come nei veri anni 80 più vicini al 1990 della prima versione, che non a caso ha un po’ il retrogusto di alcuni film cult come La casa e L’armata delle tenebre. Nel libro entrambi gli elementi sono mescolati e la maestria dell’autore sta proprio nel dosarli al meglio, di modo da incutere talvolta solo un vago senso di inquietudine e disagio, talvolta terrore puro, se non disgusto vero e proprio. E così il lettore per 1200 pagine resta sul chi va là anche quando la narrazione si fa più rilassata, pronto a saltar su al minimo rumore. Meno sapientemente questo lavoro viene fatto in tutti e due i film, soprattutto nel remake, in cui tutto si concentra maggiormente nelle scene clou, tralasciando il mood di sottofondo. Come diversa in quest’ultimo è la caratterizzazione dei personaggi, o meglio della banda: un velo più consapevolmente ammiccante di Beverly, il cui ruolo da outsider femminile nel romanzo è più sfumato e neutro, come i protagonisti tutti sono meno unici, sfaccettati e profondi, ma fatti ricadere nello stereotipo: Stan il boy scout (riferimento aggiunto sullo schermo), Richie il comico, Bill il balbuziente.

Ad ogni modo siamo di fronte ad un cult, di cui alcune battute ed alcune scene sono celebri e citate in altri libri o film (Beep beep Richie; Lo vuoi un palloncino? Qui galleggiano tutti) e che ha lanciato nell’immaginario comune una figura, It, divenuto il cattivo per antonomasia, da cui anche chi non ha paura dei clown è terrorizzato, perché quel trucco e quel costume sono solo l’incarto delle paure recondite di ognuno di noi. Siamo di fronte ad un’opera, letteraria e cinematografica, che è ormai un cult, di una tale complessità da poter tirare fuori spin off che potrebbero ben colmare l’assenza di sequel che in una storia ormai conclusa risulterebbero una forzatura.

Comunque voi vogliate arrivarci, se tramite la carta o lo schermo, portate la vostra silver, ci vediamo a Derry.

Cristina